Varanasi è la più sacra delle sette città sacre dell’Induismo e una delle più antiche città del mondo. Era all’apice del suo splendore quando Roma era ancora un villaggio di capanne, e a differenza di molte altre città del mondo antico – come Atene, Damasco o Il Cairo – non ha conservato soltanto il nome, ma ha conservato la stessa vocazione che aveva nei tempi antichi. Attraverso i millenni, attraverso secoli di dominazione straniera, saccheggi, templi distrutti e sacerdoti assassinati, Varanasi – oppure Kashi, la Città della Luce – è riuscita a conservare la sua identità di città sacra, di centro di pellegrinaggio e scrigno della saggezza induista; e sebbene gran parte dei templi e dei palazzi che oggi vediamo siano stati costruiti soltanto negli ultimi secoli, la sensazione che si prova camminando per i vicoli della città vecchia, a ridosso del Gange, è quella di essere trasportati in un’antichità impossibile da datare. Nelle parole di Mark Twain: “Varanasi è più vecchia della storia, più vecchia della tradizione, più vecchia persino della leggenda, e sembra due volte più antica di tutte queste cose messe insieme”.

Manikarnika Ghat, Varanasi

Varanasi è soprattutto la “città vecchia”; quel dedalo di viuzze decadenti e colorate, così strette da impedire il passaggio del traffico, che sorge sulla sponda orientale del Gange, in un succedersi di templi, altarini, falli di Shiva in pietra, palazzi diroccati e statue delle divinità indù ricoperte di polveri colorate e offerte di incenso. Al fiume si accede tramite una serie di ghat, ovvero gradinate di pietra che i pellegrini usano per andare a immergersi nelle acque sacre del Gange, dove spargono fiori e candele, pregano e fanno offerte agli Dei, mentre i bambini giocano con i bufali d’acqua e le donne lavano i panni con i capelli sciolti e il sari bagnato fino alle ginocchia. Dopo il tramonto, migliaia di candele galleggiano sul pelo delle onde, mentre le barche a remi portano i pellegrini in mezzo al fiume per vedere lo spettacolo dei ghat illuminati dai fuochi delle cremazioni.

La sacralità di Varanasi è ben radicata nella leggenda e nei testi sacri dell’Induismo. Quello che porta, ancora oggi, così tante persone a visitarla, e da ogni parte dell’India, è la promessa di essere liberati dai propri peccati, dal karma accumulato in questa vita e in quelle precedenti. Questo, secondo la tradizione, avviene semplicemente entrando nei confini della città vecchia o facendo un bagno nel Gange (Ganga, in lingua autoctona). Nella geografia sacra dell’India Varanasi è posta sulla punta del tridente di Shiva, che la tiene a galla quando, alla fine di ogni ciclo vitale dell’Universo, il mondo viene sommerso dall’acqua; è il più importante dei tirtha indù, quei luoghi sulla terra dove è possibile passare dal mondo degli uomini a quello degli Dei, e viceversa; è un mandala di templi e divinità sparsi per la città in modo da formare un intricato disegno geometrico, che riassume in se stesso l’ordine dell’Universo, e al cui centro è posto il tempio di Kashi Vishvanath – il più importante tempio di Shiva di tutta l’India.

Ma Varanasi è anche un luogo dove si viene per morire, perché morire a Varanasi, secondo gli indù, vuol dire ottenere automaticamente la moksha, ovvero la liberazione dal ciclo delle rinascite, con la quale l’anima, invece di continuare a trasmigrare da un corpo all’altro, di morte in reincarnazione, è liberata da questa “catena” e si dissolve nel Brahman; quella realtà divina che attraversa tutto il creato e dal quale l’universo viene emesso e riassorbito come un lento respiro. Per questo motivo sono migliaia le persone che ogni anno vengono a Varanasi apposta per morire. Alcuni di questi pellegrini trovano ospitalità presso certe istituzioni che li accolgono e gli danno un letto dove trascorrere i loro ultimi giorni di vita, in attesa di morire ed essere portati sui ghat crematori in riva al Gange, dove Lord Shiva, secondo la leggenda, li aspetta per sussurrargli nell’orecchio il “mantra della salvezza”, col quale li illumina e li libera da questo mondo. Ottenendo la moksha, a Varanasi, si conclude il percorso dell’anima individuale su questo mondo, e la morte è sconfitta.

Varanasi è città di dharma (religione), di moksha (liberazione), ma anche di kama; passione, piacere, desiderio. In una città dove la paura della morte è virtualmente sconfitta, si vive con spensieratezza e giovialità: ne sono un esempio le centinaia di festival che affollano e colorano la città nel corso di tutto l’anno, ma anche la passione dei suoi abitanti per il buon cibo, per l’arte, la poesia, la musica, il bhang (un impasto di marijuana che è molto popolare durante i festival), e per tutte quelle piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Perché prima di liberarsi da questo mondo, dicono i saggi, bisogna aver provato tutto, al punto tale da essere stanchi della vita, e Varanasi sembra fatta apposta per questo.

Di seguito una breve descrizione di alcuni luoghi che visiteremo insieme:

Manikarnika Ghat: è il principale ghat crematorio di Varanasi e anche uno dei luoghi più intensi ed esteticamente affascinanti della città. A Manikarnika Ghat, durante il giorno e la notte, ci sono sempre almeno una decina di cadaveri che bruciano sulle pire funebri in riva al Gange. Le salme vengono portate fin qui a spalla da gruppetti di uomini che  attraversano i vicoli della città vecchia cantando il “mantra della salvezza”: Ram Nam Satya Hai! (Il nome di Rama è la verità). A occuparsi delle cremazioni sono una casta di intoccabili, i Dom, che vanno in giro scalzi tra le pire, con un panno bianco intorno alla vita, rimestando i carboni con un bastone di bambù che usano anche per rompere il cranio delle salme, liberando così l’anima dal corpo. Il ghat è frequentato anche da numerosi sadhu (gli asceti indù), dai sacerdoti che si occupano delle cerimonie funebri, da capre, mucche, scimmie e cani randagi, ragazzini che si buttano in acqua per cercare l’oro dei gioielli persi dalle salme e persino qualche spacciatore di bhang. A Manikarnika Ghat ci sono anche alcuni importanti templi di Shiva, e un kund (una profonda vasca di pietra) che secondo certe leggende della città è stato il luogo da cui l’Universo venne creato.

Manikarnika Ghat

Kashi Vishvanath Mandir: è il più importante tempio della città e, probabilmente, il più importante tempio di Shiva di tutta l’India. Sempre affollato di pellegrini, anche a tarda notte, la cupola d’oro del tempio di Kashi Vishvanath non è visibile in mezzo ai palazzi della città vecchia che lo circondano, però la parte più impressionante è sicuramente l’architettura del sancta sanctorum, con i falli di Shiva che i sacerdoti e i pellegrini cospargono di offerte, le statue delle divinità, i bassorilievi nella pietra e l’atmosfera di intensa devozione che si respira insieme all’incenso e all’odore dei petali di ibisco e gelsomino che i pellegrini calpestano e portano in giro per il pavimento di marmo del tempio.

I Ghat del Sud: i ghat della zona meridionale della città sono meno affollati e caotici di quelli che si trovano nella parte centrale. Anche qui, però, si trovano meravigliosi palazzi di arenaria a ridosso del Gange, templi nascosti in mezzo a vicoli deserti, l’ashram dove si allenano i kushti wrestler (tradizionale disciplina e arte marziale indiana), la casa del poeta Tulsi Das, un rifugio per disabili e senzatetto delle Missionarie della Carità (di Madre Teresa) e molte altre gemme che aspettano di essere scoperte insieme.

I Ghat del Nord: i ghat della parte settentrionale della città sono largamente ignorati sia dai pellegrini che dai turisti, ma secondo noi a torto. In questa parte della città i vicoli sono ancora più labirintici che altrove; i templi, le case e le haveli sono ancora più colorati, e ogni centimetro del paesaggio conserva il fascino della scoperta. In questa parte della città si trovano, tra le altre cose, una stupefacente moschea del periodo Moghul, che domina la parte più alta dei ghat, un piccolo slum, un santuario sufi, uno dei templi più antichi di Varanasi e lo spettacolare Panchaganga ghat.

Bahadur Shahid Dargah: un santuario Sufi fuori dalla città vecchia, che attira soprattutto giovani donne (musulmane e indù) con problemi mentali o emozionali. Queste donne vengono qui con i mariti o con i genitori per pregare vicino alla tomba del santo, che si crede sia in grado, con la sua “concentrazione spirituale”, di sconfiggere i demoni (jinn) che possiedono queste giovani donne e che, secondo queste persone, sono la causa dei problemi mentali che le affliggono.

Oltre a visitare questi luoghi, vi porteremo ad assistere a un concerto di musica classica hindustana in una haveli della città vecchia, vi faremo partecipare a una lezione di yoga, vi porteremo a mangiare il miglior chaat di tutta la città, vi faremo provare il paan, i dosa del Dosa Cafe e il lassi del leggendario Blue Lassi. Vi porteremo in barca sul Gange al tramonto e assisteremo alla cerimonia serale nel ghat di Dashashwamedh. E ovviamente vi lasceremo anche lo spazio e il tempo di scoprire questa meravigliosa città da soli, se lo vorrete, e di osservare con calma l’andirivieni sui ghat dalla terrazza del nostro albergo.