Protagonista del celebre romanzo “La Città della Gioia” di Dominique LaPierre, non è difficile capire perché, a Calcutta, questo soprannome le sia rimasto cucito addosso. In mezzo a tanta povertà materiale, a tanta sporcizia e decadenza, appartiene agli abitanti di Calcutta una stupefacente joie de vivre che trasforma ogni strada, ogni vicolo, ogni casa in una celebrazione dei cinque sensi. Perché Calcutta è, innanzitutto, un’orgia di colori; quelli sbiaditi dei palazzi coloniali, che sembrano aver passato gli ultimi cento anni sott’acqua, e quelli sgargianti delle insegne dipinte a mano, dei taxi Ambassador gialli e delle divinità inghirlandate di ibisco rosso e gelsomino a ogni angolo di strada. Ma sono anche i colori della nebbia che si alza dal fiume Hoogly sotto il ponte di Howrah la mattina presto, il fumo nero dei battelli che fanno la traversata verso l’altra sponda, la pelle blu della Dea Kali – divinità protettrice di Calcutta – e il verde scuro degli alberi di neem, dei baniani e dei frangipani che avvolgono la città nell’abbraccio infestante della giungla, che erompono in mezzo alle crepe dell’asfalto e sopra i tetti dei palazzi con la stupefacente violenza della natura. E la gioia di Calcutta sono anche i suoi odori; quello dell’incenso usato per le puja negli altarini dei chaiwala (chioschi del té), quello dell’umidità, delle spezie, delle fritture nelle pentole degli chef di strada, quello dei frutti marci che rimangono sull’asfalto dopo che i mercati hanno chiuso, la sera tardi. Sono i sapori del cibo di strada, del riso soffiato e del gelato al mango, il papri chaat e i samosa, gli spiedini di pollo e i roll di agnello, ma anche le preparazioni più sofisticate nei migliori ristoranti della città, il biryani e i dolci al cocco, i dosa, i rasgulla e il curry di pesce.

Ma la gioia di Calcutta è soprattutto la sua gente, la voglia di stare insieme e l’arte della conversazione, le discussioni su arte, cinema e politica che si fanno con perfetti sconosciuti nelle caffetterie della città, nei chioschi del chai e agli angoli delle strade. E poi ci sono tutti quegli sguardi curiosi che ti osservano timidamente passeggiare tra i vicoli dei quartieri centrali, tra i templi del lungo fiume e le casupole diroccate degli slum; sguardi spesso seguiti da un invito a entrare in casa loro per un chai e una chiacchierata, qualche fotografia insieme e la promessa di tornare a trovarli. Perché Calcutta non sarà famosa per i suoi monumenti, ma quello che dovrebbe intrigare e affascinare un viaggiatore – quello che ha fatto innamorare noi di questa città – è proprio la sua gente, l’atmosfera di pacifica convivenza che si respira in mezzo al caos dei suoi 15 milioni di abitanti, e la loro commovente accoglienza.

Calcutta è Kali, la sanguinaria divinità dalle quattro braccia, che i bengalesi adorano come una madre che li protegge dai pericoli della vita; Calcutta è Madre Teresa, la cui opera, oggi, attraverso le Missionarie della Carità, continua a vivere nei rifugi che accolgono gli ultimi degli ultimi in ogni parte della città; Calcutta è Rabindranath Tagore, illustre poeta e filosofo, premio Nobel, scrittore e pensatore; Calcutta sono i suoi registi, gli scrittori, i poeti, i filosofi, gli scienziati che hanno fatto di questa città la capitale culturale dell’India e una delle città più interessanti del mondo. Calcutta, infine, sono i suoi segreti, quelli che custodisce tra i palazzi decadenti e in mezzo ai vicoli dei suoi quartieri affollati: sono gli ashram nascosti sotto i ponti e i templi di Shiva circondati dalle baracche degli slum, i cimiteri musulmani sotto la ferrovia, un antico tempio tibetano in rovina, un altro tempio buddista trasformato in ristorante cinese e un tempio zoroastriano sconsacrato e abbandonato, le akhara dei kushti wrestler indiani, il quartiere degli artigiani, una fabbrica a cielo aperto di tazzine di argilla per il chai e molto altro ancora.

Kumartoli

Alcuni dei posti che vi porteremo a visitare sono elencati qui sotto.

I ghat sul fiume Hooghly: con la parola ghat, in India, si indicano le gradinate con cui si accede ai fiumi, ai laghi e ai corsi d’acqua in generale. I ghat di Calcutta, sul fiume Hooghly, sono una delle zone più intense e pullulanti di vita di tutta la città. Sono usati per le abluzioni rituali, ma anche per fare il bucato, per lavarsi e per abbeverare il bestiame; sono, inoltre, un luogo di ritrovo e di svolgimento della vita sociale. A ridosso delle gradinate che scendono al fiume ci sono palazzi coloniali in rovina, templi, bazaar e vecchi monumenti affollati di gente che lavora, che si lava, dorme, fa yoga, si allena, cammina mano nella mano e prega con le ginocchia nell’acqua. Da Prinsep Ghat, a sud, fino a Nimtala Ghat, a nord, vedremo centinaia di piccoli templi indù e ashram per gli asceti itineranti, pontili di legno da cui partono i battelli, un mercato dei fiori, un crematorio, le postazioni dei sacerdoti e dei massaggiatori a Babu Ghat, i lottatori di Armenian Ghat e le statue in terracotta delle divinità indù, che si decompongono lentamente dopo essere state immerse nel fiume per la Durga Puja (il più importante festival di Calcutta).

Babu Ghat

Mullick Ghat Flower Market: è il più grande mercato di fiori dell’Asia. Si trova sotto il ponte di Howrah, a ridosso del fiume Hooghly, schiacciato tra due file di bancarelle straripanti di collane floreali. E’ uno dei simboli di Calcutta; un luogo caotico e coloratissimo, che vive di una meravigliosa frenesia dall’alba fino al tramonto.

Kalighat: è il più importante tempio di Kali di tutta la città e, probabilmente, di tutta l’India. Kali, che potremmo definire la divinità protettrice di Calcutta, viene venerata in questo antico tempio indù con offerte di fiori, polveri colorate e latte di cocco, ma anche sacrifici animali che servono a placare la sua sete di sangue. Accanto a Kalighat, dentro quella che un tempo era una casa per i pellegrini in visita al tempio (dharamshala), c’è il Nirmal Hriday: la casa per morenti e destituiti dei Missionari della Carità, che è stato il primissimo centro aperto da Madre Teresa negli anni ’50, e che oggi continua a ospitare circa cento pazienti, una dozzina di suore e almeno una decina di volontari provenienti da tutto il mondo.

Kalabagan e Narkeldanga Slum: la visita a questi slum ha l’obiettivo, tra gli altri, di farvi vedere dall’interno questi insediamenti, spesso abusivi e malfamati, dove oggi vive una grande percentuale della popolazione delle metropoli asiatiche (ma anche africane e sudamericane). Con queste visite vogliamo sfatare alcuni miti e preconcetti che esistono su questi luoghi. Gli slum di Narkeldanga e Kalabagan, in particolare, assomigliano più che altro a dei villaggi rurali trapiantati nel cuore della metropoli, con casupole colorate e fatiscenti, piccoli templi e santuari, animali che girano liberi, ma soprattutto un forte senso di comunità, un’atmosfera di pacifica convivenza tra gente sorridente e ospitale, che lavora duro e si gode la vita malgrado tutto.

Kumartuli: è il quartiere degli artigiani, un intricato labirinto di vicoli e botteghe in penombra, dove gli artisti modellano e dipingono a mano grandi e piccole statue d’argilla delle divinità indù. Queste statue vengono poi acquistate dai templi e dalle famiglie bengalesi nel corso di tutto l’anno, ma soprattutto in occasione della Durga Puja: il più grande festival religioso di Calcutta, che si tiene tra Settembre e Ottobre, dove migliaia di statue di Durga e altre divinità vengono esposte in giro per la città all’interno dei pandal, delle strutture provvisorie che vengono allestite per l’occasione, e, al termine di una settimana di festeggiamenti, immerse nel fiume Hooghly.

Jain Temple: un meraviglioso tempio jain nella parte Nord di Calcutta. Quello che impressiona, di questo luogo, è la splendida architettura della facciata e le sofisticate decorazioni di mosaici colorati, specchi e statue dorate al suo interno. Il jainismo è una delle religioni dell’India – praticata da circa quattro milioni di persone – che ha diverse affinità con l’induismo, e che è caratterizzata, tra le altre cose, da una particolare attenzione verso la non-violenza e la pratica di forme estreme di rinuncia e ascesi da parte di alcuni suoi praticanti.

Chetla Choto Rashbari: entrando in questo complesso, dove ci si aspetterebbe di trovare una serie di templi dedicati a Lord Shiva, si trova in realtà una vivacissima “fabbrica” di tazzine di chai. Percorrendo uno stretto e affascinante vicolo, lungo il quale sono poste centinaia di tazzine ad asciugare, si arriva nel “cuore” della fabbrica, dove una decina di uomini sono chini sui loro torni a modellare queste piccole coppette, che verranno poi utilizzate da tutti i chai-wallah della città per servire il tè.

Oltre a visitare questi luoghi, vi porteremo alla mitica Indian Coffee House – l’antica caffetteria dei poeti e degli artisti, nella zona dell’Università – prenderemo il battello a motore per attraversare il fiume Hooghly, vi porteremo a mangiare in alcuni dei migliori ristoranti di Calcutta, mentre una giornata la dedicheremo interamente allo street food, andremo a fare compere nel più grande mercato di libri usati dell’Asia, visiteremo lo slum di Rajabazar, e poi, solo per chi lo volesse, possiamo organizzare una mattinata (o più mattinate) di volontariato presso uno dei centri delle Missionarie della Carità, che lavorano con donne, bambini disabili, orfani, senzatetto e persone in fin di vita.